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incesto

LockDown: La casa ed i suoi abitanti #1


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
29.09.2025    |    20.881    |    0 9.4
"Domenico sobbalzò, ma il piacere lo travolse, le dita che toccavano la prostata lo fecero tremare..."
La luce del mattino filtrava debole dalle tende di lino beige, tingendo l’appartamento di Torino di un giallo pallido. Era la primavera del 2020, e il lockdown aveva trasformato il piccolo bilocale di Antonella ed Enzo in una prigione dorata. L’aria odorava di caffè appena fatto, mischiato al profumo dolce di una candela alla vaniglia che Antonella aveva acceso per scacciare l’odore di chiuso. La cucina, con il suo tavolo di legno chiaro coperto di graffi, era il cuore della casa: lì si intrecciavano le vite di tre persone costrette a convivere. Sullo sfondo, la radio gracchiava una vecchia canzone di Vasco Rossi, Vita spericolata, il volume basso ma sufficiente a riempire il silenzio teso.
Antonella, 30 anni, era seduta al tavolo, i capelli neri raccolti in una coda disordinata, gli occhi scuri fissi sullo schermo del laptop. Indossava una camicetta bianca aderente, che sottolineava la sua quarta di seno, e una gonna grigia che le scivolava appena sopra le ginocchia. Sotto, un completo intimo nero di pizzo, scelto più per abitudine che per seduzione: il lockdown aveva spento anche quel lato di lei. Era manager da Primark, e anche se il negozio era chiuso, il suo ruolo la costringeva a continue videochiamate per gestire il magazzino. Il suo profumo, un misto di muschio e gelsomino, si mescolava all’odore della casa, un cocktail di detergente al limone e sudore leggero.
Enzo, 35 anni, era stravaccato sul divano del salotto, a pochi passi dalla cucina. La sua felpa grigia, macchiata di caffè, pendeva molle sul suo corpo un po’ sovrappeso, gli 80 chili che si portava dietro con una certa noncuranza. Alto 1,72, i capelli castani spettinati, aveva un’aria stanca ma gli occhi vivaci, sempre pronti a cogliere ogni movimento in casa. Sotto i jeans sbiaditi, indossava boxer blu scuro, un po’ logori. Correggeva compiti online per la scuola elementare, ma il suo umore oscillava tra la noia e una frustrazione che non spiegava. Ogni tanto, il suo sguardo si posava su Antonella, ma più spesso su Domenico, il cognato, con una mistura di curiosità e fastidio.
Domenico, 25 anni, era l’elemento di disturbo. Studente al Politecnico di Torino, era rimasto bloccato a casa della sorella per il lockdown, incapace di tornare dai genitori in provincia di Alessandria. Alto 1,84, spalle larghe e muscoli definiti da ore di palestra, era un ragazzo che attirava gli sguardi ovunque andasse. Quella mattina indossava una maglietta nera aderente che metteva in risalto il torace scolpito e un paio di pantaloni della tuta grigi, larghi ma non abbastanza da nascondere il suo fisico. Sotto, un paio di slip neri elasticizzati che contenevano a stento la sua virilità. Si muoveva per casa con una sicurezza quasi provocatoria, lasciando un sentore di dopobarba al bergamotto ovunque passasse.
La casa era un microcosmo soffocante: il salotto con il divano di velluto verde ormai consunto, la cucina con le piastrelle bianche screpolate, e l’unico bagno, un piccolo spazio con una doccia di vetro, piastrelle azzurre e un lavandino sempre ingombro di prodotti. La porta del bagno, di legno chiaro, non veniva mai chiusa a chiave: Domenico aveva deciso che, per “urgenze”, era meglio lasciarla socchiusa. Antonella aveva protestato, ma Enzo aveva scrollato le spalle, con un mezzo sorriso che nascondeva qualcosa di più profondo.
Dopo due settimane di convivenza, i formalismi si erano dissolti come zucchero nell’acqua. Antonella si sentiva schiacciata: il lavoro la teneva sveglia fino a tardi, le videochiamate la prosciugavano, e la presenza di Domenico in casa aggiungeva una pressione che non riusciva a definire. Amava suo fratello, ma la sua bellezza sfacciata, il modo in cui si pavoneggiava a torso nudo dopo i suoi allenamenti improvvisati in salotto, la metteva a disagio. Non era attrazione, o almeno così si ripeteva, ma un senso di confronto con la sua vita, con il suo matrimonio che scricchiolava sotto il peso della routine.
Enzo, dal canto suo, era un vulcano spento che ribolliva sotto la superficie. In privato, come Antonella sapeva bene, era “un vero porco”: le sue fantasie erano sfrenate, spesso al confine del taboo, ma il lockdown aveva spento anche quella scintilla. O forse no. I suoi occhi seguivano Domenico con una frequenza che Antonella aveva iniziato a notare, ma che non voleva ammettere. Quando Domenico usciva dalla doccia, con solo un asciugamano bianco legato in vita, l’acqua che gli scivolava sui muscoli, Enzo si irrigidiva, le mani strette sul bordo del tavolo. “Metti una maglietta, no?” aveva detto una volta, con un tono che voleva essere scherzoso ma tradiva un fastidio più profondo. Domenico aveva riso, mostrando i denti bianchi: “Rilassati, cognato, fa caldo.”
La radio continuava a suonare, ora una ballata di Laura Pausini, Strani amori, che sembrava sottolineare la tensione nell’aria. Antonella sorseggiava il suo caffè, amaro come il suo umore, mentre Domenico, seduto di fronte a lei, tamburellava le dita sul tavolo, il laptop aperto sulla sua tesi. “Non ce la faccio più a stare chiuso qui,” aveva detto una mattina, la voce roca di frustrazione. “Mi manca la palestra, mi manca uscire.” Antonella aveva annuito, ma dentro di sé pensava: E io, cosa mi manca?
La notte precedente, Antonella ed Enzo avevano litigato. Non una lite vera, ma una di quelle discussioni fatte di silenzi e frasi spezzate. “Sei sempre al computer,” aveva detto lui, il tono accusatorio. “E tu sei sempre sul divano,” aveva ribattuto lei, senza guardarlo. La verità era che si stavano allontanando, e la presenza di Domenico non aiutava. Antonella si sentiva osservata, giudicata, come se il fratello, con la sua giovinezza e il suo carisma, fosse un promemoria di ciò che lei e Enzo non erano più.
Quella mattina, Antonella si era svegliata con un messaggio urgente dal suo capo: un problema al magazzino Primark richiedeva la sua presenza. Si era vestita in fretta, infilando la camicetta bianca e la gonna grigia, il reggiseno di pizzo nero che le dava un senso di controllo. “Torno tra qualche ora,” aveva detto, infilandosi il cappotto nero e una mascherina. Enzo aveva borbottato un “Ok,” senza alzare gli occhi dal laptop. Domenico, ancora a letto, aveva solo alzato una mano in segno di saluto.
Quando la porta si chiuse, la casa sembrò restringersi. Enzo era solo con Domenico, e l’aria si fece densa come il vapore che presto avrebbe riempito il bagno. Domenico si alzò, i capelli arruffati, la maglietta nera che gli aderiva al torace. Preparò un caffè, il profumo intenso che si mescolava all’odore di sudore leggero della casa. “Vado a farmi una doccia,” annunciò, con quella noncuranza che ormai era diventata una provocazione. Enzo non rispose, ma il suo cuore accelerò.
Nel bagno, l’acqua iniziò a scorrere, un suono costante che copriva il ronzio della radio, ora sintonizzata su una stazione pop che trasmetteva Shallow di Lady Gaga. Domenico si spogliò, i pantaloni della tuta e gli slip neri lasciati in un mucchio sul pavimento. Il suo corpo, scolpito e abbronzato, rifletteva la luce delle piastrelle azzurre. Il suo cazzo, oltre i 18 cm, pendeva pesante, un simbolo della sua sicurezza. La porta del bagno, come sempre, rimase socchiusa.
Enzo, seduto al tavolo, sentì l’acqua scorrere e qualcosa scattò dentro di lui. Era stanco di sentirsi inferiore, di vedere Domenico muoversi per casa come se fosse il padrone. Ma c’era di più: un desiderio che non voleva nominare, che lo spingeva a fare qualcosa di irreparabile. Si alzò, i boxer blu tesi sotto i jeans, il cuore che gli martellava nel petto. Entrò nel bagno, il vapore che gli appannava gli occhiali. Senza pensarci, aprì la porta della doccia, l’acqua che schizzava sul pavimento.
Domenico si voltò, sorpreso, l’acqua che gli scorreva sul viso. “Che cazzo fai?” disse, ma la sua voce era incerta. Enzo, senza dire una parola, gli afferrò il cazzo, grosso e pesante, e iniziò a masturbarlo con movimenti decisi. Domenico rimase impalato, il corpo teso, il cazzo che si induriva nonostante la sua mente urlasse di fermarsi. L’acqua continuava a scorrere, calda, il vapore che rendeva tutto irreale.
Enzo, spinto da un impulso che non capiva, si inginocchiò, prendendo il cazzo di Domenico in bocca. Il sapore era salato, misto al sapone al cocco che Domenico usava. Domenico gemette, le mani contro il vetro della doccia, incapace di reagire. Enzo, con una mano, gli massaggiò le palle, poi fece scivolare due dita verso il suo culo, infilandole lentamente. Domenico sobbalzò, ma il piacere lo travolse, le dita che toccavano la prostata lo fecero tremare. “Cazzo…” mormorò, la voce spezzata.
Enzo aggiunse altre due dita, il culo di Domenico che cedeva con una smorfia di dolore. Poi, l’orgasmo esplose: Domenico schizzò sborra nella bocca di Enzo, il corpo scosso da spasmi. Enzo, ormai nudo, il suo cazzo più piccolo ma spesso, circa 16 cm, duro come pietra, fece girare Domenico, spingendogli la testa sotto l’acqua. Lo fece chinare, il culo esposto, e senza preavviso gli infilò il cazzo dentro. Domenico aprì la bocca in un misto di dolore e sorpresa, il suo corpo che si adattava ai movimenti lenti, poi sempre più decisi. Il cazzo di Enzo, doppio e tozzo, colpiva la prostata di Domenico, facendolo godere di nuovo, anche se il suo cazzo era ormai moscio.
Enzo aumentò il ritmo, il suono dei loro corpi che si scontravano coperto dall’acqua. Con un gemito, sborrò nel culo di Domenico, mentre quest’ultimo, travolto da un orgasmo anale, tremava sotto l’acqua. Poi, in un silenzio rotto solo dal rumore della doccia, Enzo si alzò, si mise accanto a Domenico e gli porse il cazzo, ancora sporco. “Pulisci,” disse, la voce bassa. Domenico, inebetito, obbedì, leccando mentre l’acqua li lavava entrambi.
Infine, Enzo lo guardò negli occhi, il vapore che li avvolgeva. “Da oggi paghi l’affitto così,” disse, un sorriso crudele sul volto. “Mi dai il culo ogni giorno.”
Quando Antonella tornò a casa, l’aria era diversa. Il profumo di vaniglia della candela si era spento, sostituito dall’odore umido del bagno. Domenico era chiuso in camera sua, la porta serrata, un’eccezione alla sua solita noncuranza. Enzo era al tavolo, la felpa grigia macchiata di sudore, il laptop aperto ma lo schermo spento. Antonella si tolse il cappotto, la camicetta bianca leggermente stropicciata, e chiese: “Tutto ok?” La sua voce era tesa, il suo istinto che le diceva che qualcosa era sbagliato.
Enzo annuì, troppo in fretta. Domenico non rispose. La radio, ora sintonizzata su una stazione di musica classica, suonava un pianoforte malinconico, un contrasto stridente con l’atmosfera della casa. Antonella si preparò un tè, il sapore amaro che le bruciava la gola. Seduta al tavolo, osservava i due uomini della sua vita, così diversi, così lontani. Enzo, con i suoi silenzi e i suoi desideri nascosti. Domenico, con la sua bellezza che ora sembrava una minaccia.
Quella notte, Antonella non dormì. Sdraiata accanto a Enzo, sentiva il suo respiro irregolare, come se anche lui fosse sveglio, perso nei suoi pensieri. Domenico, nella stanza degli ospiti, fissava il soffitto, il corpo ancora scosso da ciò che era successo. Il bagno, con la sua porta socchiusa, era diventato il luogo dove tutto era cambiato.


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